Overtourism: strumenti e governance multi-agency

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Overtourism

Ogni estate il copione si ripete: code fotografate dall’alto, titoli sui residenti esasperati, qualche proposta di divieto. Poi la stagione finisce e il tema torna nel cassetto fino all’anno dopo. Ma l’overtourism non si risolve parlandone: si risolve decidendo chi fa cosa.

Ad oggi l’overtourism non è più un tema da convegno, né un dibattito morale tra pro e contro i turisti.

È una questione di design istituzionale: quali leve hai, chi le controlla, e come fai a farle lavorare insieme.

L’overtourism esiste ed esisterà sempre, ma chi può provare a contrastarlo, con quali strumenti, con quali dati, e con quale catena di responsabilità?

L’approccio multi-agency e la responsabilità diffusa

Negli ultimi anni sta prendendo piede, in modo sempre più esplicito, l’idea dell’approccio multi-agency: se l’overtourism è causato da più fattori, non può essere gestito da un solo attore. Quando una destinazione va in stress, la leva della comunicazione smette di essere centrale molto in fretta. Il punto non è convincere, ma progettare e gestire: accessi, mobilità, densità in specifiche fasce orarie, regole su comportamenti, enforcement, servizi pubblici sotto pressione, rapporto con il commercio locale, sicurezza.

Un Ente del Turismo può fare molto, ma non può fare tutto, e soprattutto non può farlo da sola. Può orientare la domanda, spostare la luce dagli hotspot alle alternative, costruire un portafoglio coerente e rendere fruibili esperienze e territori che oggi restano invisibili. Le più lungimiranti trasformano la complessità in una narrazione chiara, dove le frizioni non vengono nascoste ma governate.

Il problema è che, quando si parla di overtourism, la leva “turistica” è solo una parte del sistema, e non è neppure la parte che decide (non cadiamo nel bias della responsabilità del turista).

Le regole sullo spazio pubblico, i controlli, la gestione delle code, la disciplina dei comportamenti e la capacità di far rispettare una regola non stanno MAI nell’Ente del Turismo.

Stanno nel Comune, nella Polizia Locale, in chi gestisce l’ordine urbano e la sicurezza. La mobilità è un altro mondo ancora: aziende di trasporto, gestione del traffico, infrastrutture, parcheggi, accessi, navette, orari, budget.

Poi ci sono le licenze e le regolazioni che determinano la forma della destinazione molto più di quanto ci rendiamo conto: dai dehors e somministrazione, agli affitti brevi, ai regolamenti commerciali passando per eventi, permessi, uso del suolo.

E sopra tutto questo scorre un livello che è esterno al perimetro amministrativo: intermediazione, piattaforme, mappe, OTA, social, quindi i canali che “accendono” la domanda e la concentrano in modo automatico. Se metti insieme queste leve, capisci perché la parola multi-agency non è un vezzo. È una descrizione realistica della filiera decisionale.

Dove si rompe davvero il sistema

Overtourism non è solo un problema di turismo. È un problema di città, di territorio, di servizi, di regole, di bilancio, di reputazione, di infrastruttura, di convivenza. Il turismo è la componente che amplifica, ma la rottura avviene quasi sempre altrove: quando la mobilità collassa, quando i servizi essenziali vanno in stress, quando l’uso dello spazio pubblico diventa conflitto, quando l’accesso diventa imprevedibile, quando la comunità smette di percepire beneficio e inizia a percepire costo o, peggio, inizia a sentirsi ospite in casa propria.

Ed è qui che molte destinazioni, a parer mio, sbagliano approccio: trattano l’overtourism come un tema esclusivo del turismo, quindi cercano la soluzione dentro il perimetro dell’Ente del Turismo, magari aggiungendo comunicazione, campagne di dispersione, o qualche iniziativa di sensibilizzazione.

Non sto dicendo che non servano. Sto dicendo che da sole non bastano, perché non agiscono sugli interruttori.

Multi-agency, in pratica, significa una cosa molto precisa: L’Ente del Turismo diventa il luogo che mette ordine nel problema, non il soggetto che lo risolve da solo.

Attenzione però, non è tutto oro ciò che luccica. L’approccio multi-agency non serve a mettere più attori attorno a un tavolo, congestionando la catena di governance.

Serve a evitare la scorciatoia tipica dell’overtourism, quella che scarica tutto sulla destinazione o sul turista. Quando la responsabilità è diffusa, la soluzione deve essere sistemica, quindi più difficile da semplificare e più difficile da politicizzare. E questo, paradossalmente, è ciò che rende la governance più stabile.

Gli strumenti operativi

Gli strumenti che vedo emergere con più frequenza hanno una logica comune: rendere prevedibile il picco, così la destinazione smette di “subire” e inizia a lavorare per procedure, soglie e responsabilità chiare. È un cambio di postura, di approccio prima ancora che di tecnologia:

Reservation e timed entry

Il Reservation / timed entry è lo strumento più leggibile in questa direzione: trasforma un accesso indistinto in un accesso regolato, dunque permette di gestire capacità e, contemporaneamente, di produrre dati utili su domanda reale, orari critici, architettura dei flussi ed elasticità. Il prezzo da pagare è noto e va gestito, ma proprio per questo funziona solo se viene disegnato come parte del modello di destinazione, non come tappo di sughero.

Su Venezia capisco la reazione emotiva, io per primo ci casco e finisco nell’inalberarmi. Ma se la guardiamo in ottica governance la mossa è interessante perché combina due obiettivi: regolazione dei flussi e gettito dedicato. Poi c’è il tema “fa solo cassa!”: nel 2025, secondo Euronews, il daytripper fee ha generato oltre 5,4 milioni di euro con oltre 700k pagamenti, quasi raddoppiando il 2024. Che abbia ridotto davvero i numeri è un’altra discussione, ma ci tengo a ripetere che l’approccio non va demonizzato a priori: qui la città sta testando un dispositivo che produce dati, regole e risorse.

Crowd control e limiti

I Crowd control e limiti, invece, partono da un’osservazione molto concreta: spesso non è il volume complessivo a creare frizione, è la densità in nodi specifici e in finestre temporali precise. Qui la leva è ridistribuire: intervenire su stress areas, corridoi di mobilità, punti foto, accessi, soste; elementi molto importanti soprattutto nelle piccole destinazioni culturali e borghi di origine medievale. Anche nel dibattito travel-tech la conversazione sta andando esattamente lì: misurare dove si concentra l’attività e agire sui punti di pressione, non sul turismo in astratto. A titolo di esempio, sono stato a Perugia la settimana scorsa e la criticità di questi fattori è stata lampante. Sempre nel quadro delle opinioni personali, reputo che l’ingegneria gestionale darà un grande contributo alla governance del turismo.

Visitor behaviour management e community stewardship

Qui si allacciano il Visitor behaviour management e la community stewardship, azioni che rientrano nella sostenibilità sociale. L’obiettivo non è far entrare meno gente ma intervenire sui punti dove l’overtourism può sfociare conflitto. Si lavora su regole di comportamento leggibili e applicabili, segnali sul campo (non solo campagne online e certificazioni), stewarding nei nodi critici, e un sistema di feedback che intercetta l’irritazione dei residenti prima che diventi rigetto. La logica è semplice: la frizione sociale ed episodi di tourism-unfriendly nascono spesso da micro-comportamenti ripetuti (rumore, ingombro, sosta, uso improprio di spazi, code, selfie-point che bloccano passaggi), quindi serve una gestione che non criminalizza il visitatore ma protegge la quotidianità della comunità locale. L’obiettivo non è togliere pressione, ma evitare che la pressione si trasformi in rottura del patto sociale.

Con gli strumenti mi fermo qui, perchè vorrei che fossi tu a suggerirmi altri strumenti nei commenti all’articolo su Linkedin. Guarda che ci tengo.

Una catena di responsabilità

L’overtourism, oggi, non si governa con una misura simbolo né con un surplus di comunicazione. Si governa con un impianto integrato, perché integrata è la filiera delle cause ed integrata è la filiera delle leve: mobilità, spazio pubblico, regole e controlli, servizi, intermediazione, frizioni sociali.

L’approccio multi-agency serve proprio a questo. Non a convocare tavoli infiniti, ma a costruire una catena di responsabilità che regga sotto pressione e far sì che l’Ente del Turismo lavori da regia del sistema, non da capro espiatorio.

E se non si entra in questa prospettiva? Semplice, la situazione non cambia e ci sarà sempre meno margine per intervenire.

Costruire questa catena di responsabilità è parte del lavoro di un piano di sviluppo turistico, se stai cercando un consulente professionista, parliamone.


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